Testo di Girolamo Pesciaroli
Parlare del problema degli anziani, del rapporto padri figli, è rischiare di cadere nel retorico, nello scontato. Propone un'analisi di questo problema, un chiave teatrale, alla propria comunità e rischiare anche di urtare la suscettibilità della propria gente, per le implicazioni di carattere personale che ciò comporta. Nonostante queste considerazioni, questo nuovo spettacolo, dal titolo "Mèjo tardi che mmai", si avventura nell'interpretazione del problema, sperando di riuscire a proporre una riflessione, attraverso un testo che si basa sull'invenzione, ma che scaturisce da una realtà che, in qualche modo, perché padri o perché figli, ci investe tutti.
La vicenda, che può collocarsi ai primi decenni del Novecento, è la storia di un padre che, ormai vecchio, avverte che i figli, a cui ha dedicato la sua vita e a cui ha risparmiato, forse per eccessivo affetto, fatica e responsabilità, sono cresciti superficiali, immaturi incapaci di affrontare il lavoro e la realtà. Cercherà di rimuovere questa situazione offrendo di dividere tra loro l'eredità anzitempo. Questo tentativo avrà come effetto l'abbandono da parte dei figli, la malattia del vecchio il e il suo sconforto. Ma l'autocommiserazione durerà poco perché il nostro è un vecchio a cui la vita ha insegnato l'arte di arrangiarsi e anche in questo frangente riuscirà a trovare la chiave risolutiva.
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